Febbre: il gioco del lotto e il culto dei morti. In un racconto di Maurizio De Giovanni

Mentre i locali si svuotano e le giornate si accorciano, non potendo rifugiarmi in un bar ho pensato di organizzare un aperitivo in casa: chips fatte al forno, aperol e qualche oliva. Ho preso un libro intrigante ma breve e poi sono sprofondata nel divano. Non vi sembra un bel modo per chiudere una stressante giornata di lavoro?
Ho scelto peraltro un romanzo breve. L’ho pescato da una raccolta di gialli italiani venduti in questo periodo insieme a una copia di La Stampa o Repubblica.
Il romanzo si chiama Febbre ed è un opera di Maurizio de Giovanni. In solo quaranta pagine troverete un delitto, un’indagine e tutto quello che serve per un finale a sorpresa. Breve ma intenso, non ve ne pentirete. Dura il tempo di un aperitivo e una bella sgranocchiata di patatine. Consigliato per dimenticare almeno per una mezz’ora la fatica di queste giornate e il bombardamento dei telegiornali.
Siamo nella Napoli di De Giovanni, che per chi non lo conosce è quella degli anni Trenta. Il protagonista è sempre il commissario Ricciardi: un indagatore dai begli occhi verdi e dall’animo turbato. Per i pochi che non hanno mai avuto occasione di leggerlo è utile sapere che Ricciardi è in contatto con il mondo dei morti. Non sto parlando di un medium ma di un uomo normale che senza volerlo è costretto a sentire le ultime parole pronunciate dalla vittima.
La febbre di cui parla De Giovanni in queste pagine, al contrario di quello che verrebbe da pensare di questi tempi, non è una malattia infettiva ma una dipendenza: quella dal gioco. E quale gioco se non l’estrazione del lotto nella Napoli di quell’epoca? Entrerete in un mondo fatto di superstizioni, sogni e interpretazione dei sogni,  numeri a cui affidare la speranza… quella speranza che è un importante appiglio in un mondo di disperati.

Anche questa è una febbre, in fondo. Meno evidente di poliomielite, tracoma, tubercolosi, vaiolo, tifo, che percorrono i quartieri poveri di porta in porta, di basso in basso, senza riuscire ad appannare il sorriso dei bambini e le liti delle donne nella formidabile lotta per la sopravvivenza che il popolo vince sempre, nonostante tutto. È diversa, ma è pur sempre una febbre.

Una delle febbri più strane è il gioco. Il gioco del lotto, per la precisione. Non che si giochi solo a quello. Le bische clandestine prosperano, i salotti dei ricchi fervono di carte e di fumo, gli angoli delle strade, su banchetti improvvisati, piccoli malviventi spostano con destrezza, pronti a scappare al primo fischio che avverte all’arrivo di una guardia. Ma l’abitudine che lega la speranza di futuro al sogno è quella che si unisce a un biglietto colorato sul quale sono scarabocchiati tre numeri; un messaggio in bottiglia che il naufrago affida alle onde prima di affogare.”

“Precisamente, gli assistiti comunicano con le anime del purgatorio, cioè quelle che hanno bisogno delle preghiere dei vivi  per essere prese in cielo. Sono le uniche ancora in contatto con questo mondo, perché la condizione dell’inferno e del paradiso è definitiva e lì i morti finiscono di poter andare in sogno a quelli che campano ancora.”